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AAA SEZIONE VITERBO |

Il volo di Icaro.
Nelle Metamorfosi di Ovidio si narra che Dedalo e Icaro furono imprigionati dal re cretese Minosse per aver aiutato Teseo a fuggire dal labirinto che lo stesso Dedalo aveva ideato. Per fuggire, Dedalo costruì, per sé e per il figlio, delle ali di piume tenute insieme con la cera. Sebbene ammonito dal padre a non volare troppo vicino al sole per evitare lo scioglimento delle ali e la conseguente caduta, Icaro, trasportato dall’esuberanza giovanile, non ascoltò le raccomandazioni e si avvicinò al sole, che sciolse la cera delle ali, facendolo precipitare in mare, dove annegò. Nel mito di Dedalo ed Icaro la capacità di volare viene attribuita, per la prima volta, ad un semplice essere umano dotato di straordinario ingegno. Ma il mito di Icaro sta anche ad indicare la dimensione finita dell’uomo, spesso inconsapevole dei propri limiti. La sua ingenua e giovanile arroganza porta Icaro a sfidare la natura, ma la natura é più forte e vince. Per la realizzazione del murale, che per composizione artistica e cromatica è interamente frutto della fantasia dell’artista, è stata fatta una ricerca storica volta a garantire una rappresentazione rispettosa dei canoni della civiltà minoica. L’artista ci invita a posare l’attenzione sulla figura di Icaro, posta al centro della scena. Nonostante stia rovinosamente precipitando, Icaro sembra non aver paura della morte imminente e rimane concentrato sul proprio volo, la mano sinistra tesa ad afferrare il suo ambizioso sogno ed un ultimo sguardo nostalgico a quel cielo che pensava di poter dominare …. inutilmente. La grande quantità di piume sta a sottolineare l’ingegnosità e la laboriosità di Dedalo che, sullo sfondo nella parte destra del dipinto, è attento a non rubare la scena al figlio. Grazie alla propria esperienza Dedalo riesce, sì, a salvare sé stesso, ma nulla può nei confronti di un destino crudele pronto a rubargli la cosa a lui più preziosa.
Il murale è opera della Socia Silvia Marignoli

Leonardo da Vinci e la sfida del volo.
Volare, uno dei più grandi sogni dell’uomo, a cui neppure Leonardo da Vinci fu immune. Gli studi di Leonardo sul volo furono caratterizzati da due periodi ben distinti: il primo fra il 1482 ed il 1499 ed il secondo tra il 1501 ed il 1506. Durante il primo periodo, l’osservazione, sia pure generica, degli uccelli lo convince che il volo è un fenomeno puramente meccanico, dovuto al colpo d’ala nell’aria, porta Leonardo a concludere la possibilità anche per l’uomo di volare. Ed è così che, tra il 1482 e il 1490, progetta varie versioni di “ornitottero”, un dispositivo ad ali battenti mosse dalla forza muscolare umana tramite complessi meccanismi. Nella progettazione delle sue macchine ad ala battente, a Leonardo appaiono evidenti due limitazioni insormontabili: la complessità costruttiva delle ali e l’eccessivo sforzo richiesto all’uomo per azionarle e sostenere contemporaneamente sia il peso del mezzo che il proprio. Abbandonata, quindi, l’impraticabile soluzione dell’ala battente, Leonardo intraprende uno studio sistematico sulla resistenza dell’aria, della quale intuisce la comprimibilità e capisce che all’aumentare della sua densità, essa può essere in grado di sostenere un corpo. Ne scaturiscono i progetti del “paracadute” (1485 ca), della “vite aerea” (1489 ca), dell’“aliante” (1493-1495) e del “deltaplano” (1495 ca), dei quali descrive caratteristiche e materiali da utilizzare. Il secondo periodo è caratterizzato da un ritorno all’osservazione del volo degli uccelli, questa volta con lo scopo di comprenderne la dinamica e capire se il volo umano abbia effettivamente possibilità di realizzazione. Frutto di questa osservazione è la scoperta che solo gli uccelli di piccola taglia utilizzano la battuta d’ala per volare, mentre quelli medio-grandi, specialmente i rapaci, si librano nell’aria affidandosi alle correnti e fanno ricorso alla battuta d’ala unicamente per correggere e stabilizzare la traiettoria. Ne deriva un mutamento radicale di prospettiva: per Leonardo l’imitazione degli uccelli non significa più cercare di riprodurli meccanicamente, ma sfruttare gli stessi principi fisici che questi utilizzano. Ciò orienta Leonardo verso il volo a vela o librato, in cui il moto viene completamente affidato alle correnti aeree. Le numerose deduzioni che ne scaturirono sono in gran parte raccolte nel “Codice sul volo degli uccelli”, dove sono contenuti i ragionamenti più avanzati di Leonardo sul volo. È di questo secondo periodo la progettazione di “macchine volanti”, tra cui il “Grande Uccello” (1505), la sua macchina più complessa ed evoluta, della quale si narra che Leonardo l’abbia fatta provare al suo collaboratore Tommaso Masini, noto con lo pseudonimo di Zoroastro. I lunghi studi di Leonardo sul volo trovano la logica conclusione nei pochi disegni degli anni fra il 1510 ed il 1515, nei quali l’ala si riduce ad una semplice tavola, che l’uomo, appeso ad essa, conduce a terra con oscillazioni zig-zaganti.
Dai primi progetti giovanili agli studi più complessi, Leonardo da Vinci non smise mai di cercare un modo per consentire all’uomo di volare. La frase “Una volta che abbiate conosciuto il volo, camminerete sulla terra guardando il cielo, perché là siete stati e là desidererete tornare” riassume perfettamente la sua fascinazione nei confronti del volo, sogno che lo accompagnò per tutta la vita.
Il murale rappresenta una sintesi degli studi, dell’impegno e del contributo di Leonardo alla storia del volo umano e vuole rendere omaggio ad un uomo geniale a cui l’umanità tutta deve dire grazie.
Il murale è opera della Socia Silvia Marignoli

Wilbur Wright in Italia.
Quando nel 1908 i fratelli Wright arrivano dagli Stati Uniti in Europa, il loro biplano Flyer IV è un’autentica rivelazione. Il Maggiore Moris, Comandante della Brigata Specialisti del Genio e fondatore del Circolo Aviatori di Roma, si reca in Francia e acquista il Flyer IV per 25.000 lire. La stessa cifra viene pagata Wilbur Wright come compenso per venire in Italia e fare da istruttore agli aviatori italiani. Al suo arrivo a Roma il 1 aprile1909, Wilbur Wright viene accolto dal Magg. Moris ed il 9 aprile è ricevuto in udiQuando nel 1908 i fratelli Orville e Wilbur Wright arrivano dagli Stati Uniti in Europa, il loro biplano Flyer IV è un’autentica rivelazione. L’Italia è la seconda nazione europea dopo la Francia ad ospitarli. Il Maggiore Moris, Comandante della Brigata Specialisti del Genio e fondatore del Circolo Aviatori di Roma, si reca in Francia ed acquista il Flyer IV per 25.000 lire. La stessa cifra viene data a Wilbur Wright come compenso per venire in Italia e fare da istruttore ai futuri aviatori italiani. Al suo arrivo a Roma, il 1 aprile 1909, Wilbur Wright viene accolto dal Magg. Moris ed il 9 aprile è ricevuto in udienza particolare dal Re Vittorio Emanuele III, interessato alle nuove idee ed invenzioni sul volo. Il giorno 15 aprile 1909 Wilbur Wright è sull’aeroporto di di Centocelle, pronto per il suo primo volo italiano. Così la stampa descrive l’evento: «… alle ore 18:00 si apre l’aviorimessa, l’aeroplano esce e, fatto avanzare su due ruote staccate, traversa il prato per venire poi piazzato sulla rotaia. Wilbur Wright è pronto ….l’ordine vien dato, un rombo e le eliche sono in moto. L’aeroplano scivola sulla rotaia, si lancia in avanti, s’innalza. S’innalza sempre più, proseguendo in un volo sicuro, meraviglioso, verso la campagna romana. È già lontano, gira, si avvicina, passa sulle teste a venti metri, maestoso, un urlo unanime palesa tutta la commozione e l’ammirazione della folla. Wright continua a volare, si alza ancora e fila verso la torre di Centocelle, passandovi sopra. Un altro giro ancora, e calando lievemente ripassa accanto alla folla e si dirige con volo sem¬pre più basso verso l’aviorimessa, dove prende terra leggermente. Un autentico trionfo. Il volo è durato dieci minuti, a un’altezza massima di trenta metri».
Il 16 aprile 1909, sotto gli occhi del re e della regina madre Margherita, Wright effettua altri quattro voli: il primo, della durata di 10 minuti, con il suo primo allievo, Sottotenente di Vascello Mario Calderara, il secondo, di 8 minuti, con il Tenente del Genio Umberto Savoja, il terzo, di 6 minuti, col Capitano Castagneris e il quarto, di 8 minuti, con l’On. Sonnino, ex Presidente del Consiglio. I voli continuano fino al 26 aprile e, nell’ultimo, con a bordo Calderara, Wright tenta, per la prima volta, l’esperimento di partire senza servirsi della rotaia: dopo aver slittato con i pattini dell’apparecchio sull’erba del prato per un tratto di 150 metri, l’aeroplano riesce ad innalzarsi e compie una lunga evoluzione. In 11 giorni Wilbur Wright effettua ben 67 voli, di cui 19 con passeggeri.
Il murale, che illustra uno degli ultimi voli di Wilbur Wright sull’aeroporto di Centocelle, è tratto da una fotografia dell’epoca. Le tonalità cromatiche cielo sono frutto della fantasia dell’artista.
enza particolare dal Re Vittorio Emanuele III, interessato alle nuove idee ed invenzioni sul volo. Il giorno 15 aprile 1909 Wilbur Wright è sull’aeroporto di Centocelle, pronto per il suo primo volo italiano. Il 16 aprile 1909, sotto gli occhi del re e della regina madre Margherita, Wright effettua altri quattro voli: il primo, della durata di 10 minuti, con il suo primo allievo, il Sottotenente di Vascello Mario Calderara, il secondo, di 8 minuti, con il Tenente del Genio Umberto Savoja, il terzo, di 6 minuti, col Capitano Castagneris ed il quarto, di 8 minuti, con l’On. Sonnino, ex Presidente del Consiglio. I voli continuano fino al 26 aprile e, nell’ultimo, con a bordo Calderara, Wright tenta, per la prima volta, l’esperimento di partire senza servirsi della rotaia: dopo aver slittato con i pattini dell’apparecchio sull’erba del prato per un tratto di 150 metri, l’aeroplano riesce ad innalzarsi e compie una lunga evoluzione. In 11 giorni Wilbur Wright effettua ben 67 voli, di cui 19 con passeggeri. Il murale, le cui tonalità cromatiche sono frutto della fantasia dell’artista, è tratto da una fotografia dell’epoca.
Il murale è opera della Socia Silvia Marignoli

Le grandi imprese aviatorie italiane:- Crociera aerea Orbetello – Rio de Janeiro
Con l’invenzione dell’aeroplano, nei primi anni del XX secolo, si apre un nuovo e affascinante campo di sfida per l’uomo: la conquista dei cieli. La costituzione, nel 1923, della Regia Aeronautica come Forza Armata autonoma fornisce un grande impulso all’aviazione italiana. Una seconda svolta, ancora più importante, si ebbe nel 1928, quando, su iniziativa del Generale Italo Balbo, Ministro della Regia Aeronautica, prende forma il progetto di compiere “Grandi Crociere Aeree di Massa” su grandi distanze. Il successo dei primi due esperimenti nel ed b, il primo compiuto sul Mediterraneo Occidentale dal 26 maggio al 2 giugno 1928 da un’intera Brigata Aerea composta da 61 idrovolanti e 168 uomini ed il secondo compiuto sul Mediterraneo Orientale e sul Mar Nero dal 5 al 19 giugno 2019 da una formazione 35 idrovolanti, apre al Generale Italo Balbo (allora Ministro dell’Aeronautica) la via dell’Atlantico. La preparazione logistica dell’impresa e l’addestramento degli equipaggi durano quasi un anno e, dopo numerosi ritardi dovuti alle avverse condizioni metereologi, finalmente, alle 06:45 del 17 dicembre 1930, 14 idrovolanti S-55-TA (ciascun velivolo aveva a bordo due piloti, un motorista ed un radiotelegrafista) e 72 uomini suddivisi in quattro Squadriglie (Nera, Rossa, Bianca e Verde) di tre velivoli ciascuna, oltre a due velivoli adibiti ad officina, decollano da Orbetello al comando del Generale Balbo. Il volo prosegue a tappe: Los Alcazares (1.200 km), Kenitra (700 km), Villa Cisneros (1.600 km), Bolama (1.500 km), Porto Natal (3.000 km), Bahia (1.000 km) e Rio de Janeiro (1.400 km), dove arrivano, acclamati da un bagno di folla, nel primo pomeriggio del 15 gennaio 1931, dopo un viaggio complessivo di 10.400 km. A destinazione arrivano solamente 11 dei 14 idrovolanti. Nell’impresa perdono la vita sei aviatori (uno dei quali nella fase di addestramento).
Il murale, che raffigura l’arrivo a Rio de Janeiro degli equipaggi che presero parte alla prima trasvolata atlantica di massa, vuole racchiudere il senso di tutte le imprese condotte dall’Aviazione italiana in un’epoca storica per il volo. Esso è stato realizzato prendendo spunto da una fotografia dell’epoca e da dipinti e manifesti celebrativi di quella meravigliosa impresa. Le tonalità dei colori son frutto della fantasia dell’artista.
Il murale è opera della Socia Silvia Marignoli

I bombardamenti aerei a Viterbo.
Il 25.07.1943 il Gran Consiglio del Fascismo decreta la fine di Benito Mussolini. Quattro giorni dopo, il 29.07.1943, Viterbo vive la prima, lugubre giornata delle tante che si susseguiranno fino al 08.08.1944. Alle ore 14:10 del 29.07.1943, sul cielo di Viterbo volano 36 B-24 “Liberator” della RAF, i cui obiettivi principali sono l’aeroporto e la ferrovia di Porta Fiorentina, in mano ai tedeschi. Il risultato del bombardamento sono la morte di numerose persone, la distruzione dell’aeroporto e di numerosi velivoli di stanza su di esso, della ferrovia e di strade. Di seguito le parole del Ten. Pietro Calisti, Ufficiale di Picchetto in quella triste giornata: «La giornata era caldissima …. finito il pasto …… Mi ero appena seduto che squillò il telefono ed il centralinista mi comunicò che eravamo in preallarme, al che dissi “Sta bene, se c’è l’allarme chiami subito”. Guardai il mio orologio; mancava qualche minuto alle 14. Passati pochi secondi il centralinista mi chiamò emozionato “Siamo in allarme!”. “Suona immediatamente la sirena”, gli gridai. Subito dopo, insieme al lugubre suono della sirena si sentirono i laceranti scoppi delle bombe che venivano sganciate dai bombardieri nemici, soprattutto sul campo di volo, dove c’erano aeroplani che stavano per decollare. Le forti detonazioni si sentivano dappertutto ed in tutto il perimetro del campo si vedevano incendi provocati dai numerosi fusti di benzina, ammucchiati vicino agli aeroplani da rifornire. Le bombe a scoppio ritardato ….. terrorizzavano le squadre che cercavano i feriti e gli ustionati …... Ovunque si accorreva vi erano soltanto distruzione, disperazione e pianto! Una bolgia! Le perdite umane, sia germaniche che nostre, furono pesantissime….. Il mio Reparto perse i Marescialli Achilli, Sacchetti, Marchetti e il Sergente Maggiore Pintauro, deceduti, mentre il Maresciallo Milia, con i polmoni colpiti da schegge ed in pericolo di vita, si salvò». Il primo dei due murali, realizzato partendo da una fotografia dell’epoca, dà il senso di quella infausta giornata. Il secondo, anch’esso realizzato elaborando una fotografia dell’epoca, raffigura Porta Fiorentina vista da Piazza della Rocca dopo i bombardamenti del 17.01.1944. Quel giorno, alle 13,15, sopra i cieli di Viterbo entrano in azione 24 B-25 “Mitchell” e 52 B-26 “”Marauder” dell’USAF, con l’obiettivo di colpire lo scalo ferroviario. Vengono sganciate 142 bombe da 500 libbre (32 tonnellate in totale), 16 delle quali dotate di spolette programmate per esplodere con un ritardo tra le quattro e le otto ore. Diversi ordigni vengono visti cadere nelle zone degli scali ferroviari, ma la gran parte cade nel centro storico. Si contano 57 morti, 11 dispersi e 91. Quella del 17.01.1944 è una delle più cruente e sanguinose incursioni aeree alleate della Seconda Guerra Mondiale contro la città di Viterbo. Dopo Cassino, Viterbo è la città italiana più bombardata nella Seconda Guerra Mondiale, con 800 incursioni aeree, 70 tonnellate di bombe, 245 morti in città e 1.071 in provincia, 1.400 abitazioni distrutte, oltre a numerosi monumenti e chiese.
Il murale è opera della Socia Silvia Marignoli

Una storia lunga oltre un secolo.
La necessità di operare, sin dal suo primo impiego operativo nel 1911, in contesti e scenari sempre più evoluti e complessi ha caratterizzato e continua a caratterizzare l’evoluzione tecnico-operativa del mezzo aereo in tutte le sue componenti e ruoli di impiego: difesa dello spazio aereo, ricognizione e sorveglianza aerea, trasporto logistico e sanitario, supporto alle Operazioni Speciali, sorveglianza marittima, ricerca e soccorso, concorso alla collettività in caso di calamità naturali, addestramento, ecc.. Realizzato trasponendo in colori la visione immaginifica che l’artista ha del volo, il murale, pur non rispettando le proporzioni reciproche dei vari velivoli, illustra alcune eccellenze aeree attualmente in dotazione all’Aeronautica Militare, senza trascurare lo spazio e gettando uno sguardo al futuro prossimo: vi sono rappresentati l’aereo da trasporto C-130J Spartan, l’addestratore T-346A, il velivolo a pilotaggio remoto MQ-9A “Predator-B”, l’elicottero HH-101, il cacciabombardiere F-35 Lightning Joint Strike Fighter, il prototipo dello spazioplano P1HH della Ditta Piaggio, il pattugliatore marittimo P72-A e, a ricordare l’importante contributo dato alla scienza dagli astronauti italiani provenienti dalle fila dell’Aeronautica Militare, la Stazione Spaziale Internazionale. Il globo intende significare la pronta disponibilità dell’Aeronautica ad operare in ogni area della terra, quando ce ne sia bisogno per mantenere e rafforzare la pace, nel segno della solidarietà e del rispetto dei diritti umani. Un globo avvolto nella scia tricolore di un velivolo Aermacchi MB-339 PAN della Pattuglia Acrobatica Nazionale, motivo di orgoglio e simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo.
Il murale è opera della Socia Silvia Marignoli
